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Il calcio
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gurgugnao
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MessaggioInviato: Gio Mar 10, 2011 3:46 pm    Oggetto: Rispondi citando

Se lo facessero tutti!
Anche con gli abbonamenti: se fossi stato un tifoso della Samp a gennaio avrei chiesto il rimborso.

http://www.corriere.it/sport/11_marzo_10/maglia-star-venduta-tortora_e8725100-4b12-11e0-9e9a-b429a0ac9415.shtml

Gylfi Sigurdsson, centrocampista islandese del Reading
Compra la maglia del suo idolo, ma viene ceduto. Fa causa alla squadra
e la vince ottenendo il rimborso: 72 sterline

MILANO - Trascina in tribunale la sua squadra del cuore e ottiene il rimborso per aver acquistato la casacca del campione ceduto. Nell'agosto scorso James McGhee per festeggiare il tredicesimo compleanno di suo figlio Jon aveva deciso di acquistare la maglietta di Gylfi Sigurdsson, centrocampista islandese che nella stagione 2009-2010 militava nel Reading, squadra dell'omonima città britannica che partecipa alla Football Legue Championship, la serie B del campionato britannico. Sebbene il calciatore avesse più volte manifestato la volontà di restare nella squadra inglese, all'inizio della stagione successiva il Reading l’ha ceduto al club tedesco Hoffenheim. Poche settimane dopo il tifoso McGhee ha fatto causa al suo club e nei giorni scorsi ha ottenuto circa 72 sterline (84 euro) come risarcimento per il danno subito.

IL CAMPIONE CEDUTO - Come racconta al quotidiano locale Reading Post, il quarantaduenne McGhee, che attualmente vive a Middlesbrough, è divorziato e ha due figli, ha deciso di fare causa alla sua squadra del cuore perché sostiene che il club ha preso in giro i suoi tifosi. Gylfi Sigurdsson, durante la stagione 2009-2010, era presto diventato l'idolo dei tifosi: in 42 partite con la casacca dei Royals era riuscito a segnare ben 18 reti ed era stato eletto miglior giocatore della Championship. All'inizio della nuova stagione lo stesso Sigurdsson aveva dichiarato di essere molto felice in Inghilterra e di voler restare a lungo nel club britannico. Tuttavia il team inglese all'inzio dello scorso settembre ha accettato l'offerta di oltre 6,5 milioni di sterline del club tedesco Hoffenheim e ha ceduto il campione islandese alla squadra che gioca in Bundersliga.

RISARCIMENTO - Il risarcimento non è stato deciso dal tribunale, ma da un accordo tra le parti. Il tifoso riceverà le 42 sterline spese per acquistare la casacca, più 30 sterline per coprire le spese legali. McGhee, che lavora come manager per una società che produce acciaio, si dichiara soddisfatto della transazione: «Ho vinto la battaglia morale», dichiara al Daily Telegraph. «Ai miei occhi essi hanno mostrato la loro sconfitta. Non era giusto che Joh indossasse una maglia di un calciatore che era appena andato via. Era molto turbato e infelice per la partenza di Sigurdsson che era diventato il suo calciatore preferito». Da parte sua la società di calcio afferma di aver scelto la strada della transazione solo per convenienza. Le spese per il processo sarebbero costate molto di più dell'accordo economico con McGhee: «Abbiamo raggiunto un'intesa solo perché l'udienza era stata fissata a Middlesbrough. Per il tempo e per lo sforzo, conveniva trovare un accordo».

Francesco Tortora
10 marzo 2011
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Canessa
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MessaggioInviato: Ven Mar 18, 2011 2:17 pm    Oggetto: Rispondi citando

http://www.youtube.com/watch?v=ocu2CDqyp38&feature=player_embedded
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Canessa
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MessaggioInviato: Mer Mar 23, 2011 2:00 pm    Oggetto: Rispondi citando

Giocatori che oggi non ci sono più. Uomini, non signorine.
La foto in homepage oggi è tutta per lui: Terry Butcher.
http://www.youtube.com/watch?v=gIUZkvxuWFk&feature=related
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SZ
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MessaggioInviato: Mer Mar 23, 2011 5:02 pm    Oggetto: Rispondi citando

http://www.youtube.com/watch?v=umr0M1EFqhY&feature=related
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pattadese
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MessaggioInviato: Gio Mar 24, 2011 4:24 am    Oggetto: Rispondi citando

Massimom Palanca ... ricordo un amico di Catania , che girava con la maglietta di questoi giocatore una decina forse più di anni fa .. gli chiesi chi fosse ..e mi disse " minchia , un giocatore che la storia ha fatto! " sorrisi dicendogli che ero un torresino che abitava a Livorno che aveva origini pattadesi , non capiva il mio amore sfrenato per la Torres sin da quando ero piccolo.. mi stimava quasi solo per questo fattore .. discutevamo di calcio all'antica , di movimento ultras .. "litigavamo" solo su posizioni politiche differenti .. ma che belle chacchierate su un calcio che non esiste più.. gli raccontavo dei miei viaggi di un giorno solo per vedere la Torres giocare all'acquedotto.. e rimaneva sopreso solo per l'amore che dimostravo per la Sardegna , per il mio paese d'origine e per la Sardegna .. e così sorridevamo tra una bevuta e l'altra .. con mia miade che mi urlava di smettere di bere birra che ero troppo piccolo .. che bei tempi ... ces .. scusate per parte del mio off topic .. ma era doveroso spiegare .. il mio immenso amore per queesto splendido gioco e per la Torres .. qualche birretta in più mi chi faghede faeddare meda Wink
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pattadese
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MessaggioInviato: Gio Mar 24, 2011 4:29 am    Oggetto: Rispondi citando

pattadese ha scritto:
Massimom Palanca ... ricordo un amico di Catania , che girava con la maglietta di questoi giocatore una decina forse più di anni fa .. gli chiesi chi fosse ..e mi disse " minchia , un giocatore che la storia ha fatto! " sorrisi dicendogli che ero un torresino che abitava a Livorno che aveva origini pattadesi , non capiva il mio amore sfrenato per la Torres sin da quando ero piccolo.. mi stimava quasi solo per questo fattore .. discutevamo di calcio all'antica , di movimento ultras .. "litigavamo" solo su posizioni politiche differenti .. ma che belle chacchierate su un calcio che non esiste più.. gli raccontavo dei miei viaggi di un giorno solo per vedere la Torres giocare all'acquedotto.. e rimaneva sopreso solo per l'amore che dimostravo per la Sardegna , per il mio paese d'origine e per la Torres e Sassari che ho sentito sempre e comunque una città che mi apparteneva forse per il afto che ausi tutti i miei parenti Pattadesi , tranne 2 o 3 si erano trasferiti in questa splendida città .. e così sorridevamo tra una bevuta e l'altra .. con mia miade che mi urlava di smettere di bere birra che ero troppo piccolo .. che bei tempi ... ces .. scusate per parte del mio off topic .. ma era doveroso spiegare .. il mio immenso amore per queesto splendido gioco e per la Torres .. qualche birretta in più mi chi faghede faeddare meda Wink
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REDandBLU
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MessaggioInviato: Mar Mag 17, 2011 1:54 pm    Oggetto: Rispondi citando

Il calcio che piace a Noi. Wink
http://tv.repubblica.it/copertina/corri-stefan-la-cavalcata-del-piccolo-ivanovic-verso-la-porta/68532?video=&ref=HRESS-5
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REDandBLU
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MessaggioInviato: Ven Giu 03, 2011 10:05 am    Oggetto: Rispondi citando

Santarcangelo, i tifosi-soci al potere
promossa la squadra scelta sul web
Il miracolo in Romagna. Si pagano 60 euro l'anno e si partecipa alla vita del club: l'hanno fatto in ottocento, trascinando con entusiasmo la squadra fino a giocare fra i professionisti
di LUCA BORTOLOTTI

In Romagna c'è un calcio fatto dal basso, dai tifosi. Un calcio che vince. Due anni fa, il Santarcangelo divenne l'unica squadra in Italia gestita dai tifosi sul web. Oggi, per la prima volta in 85 anni di storia, giocherà tra i professionisti. Qualche chilometro più in là, nel 2004, il Cervia fu protagonista del reality "Campioni". A scegliere i giocatori erano i telespettatori. A Santarcangelo, invece, i tifosi si iscrivono al sito, pagano una quota annuale di 60 euro e diventano soci: suggeriscono la formazione, danno consigli di mercato, sono parte della società. Altro che Fantacalcio, qui se la giocano ottocento fan-manager: sotto la loro guida, il club festeggia la sua prima volta in LegaPro.

Santarcangelo di Romagna, 21mila abitanti nell'entroterra riminese, dà i natali a pittori, scrittori, comici: gli ultimi, Fabio De Luigi e Daniele Luttazzi. Lo sport sfiora il borgo senza toccarlo, come fa Arrigo Sacchi, che a inizio carriera discende la via Emilia da Cesena a Rimini, solo costeggiandolo. Il Santarcangelo Calcio nasce nel 1926, ma vive fra i dilettanti. Poi la svolta. A luglio 2009 l'accordo con l'As SquadraMia, per un progetto di azionariato popolare via web: un successo, 1350 sottoscrizioni. Poi, fa 77 punti, 4 più del Teramo, nel girone D della Serie D 2010-11. Lo vince e per la prima volta guadagna la LegaPro 2ª Divisione, la vecchia C2. Un risultato festeggiato con particolare enfasi dai tifosi che del Santarcangelo sono soci, o meglio, presidenti, perché "per noi sono tali", puntualizza il ds Oberdan Melini. Presidenti virtuali, ma anche uno più tradizionale, Roberto Brolli.

"Speriamo - spiega - che il successo sportivo faccia da traino al progetto", che oggi conta 800 soci, cento provenienti da 21 paesi di tutto il mondo, come Usa, Canada, Olanda. Su un forum interagiscono con allenatore, presidente e ds; suggeriscono l'undici da schierare e i colpi di mercato. Guardano partite e allenamenti online, pensano al merchandising. Quest'estate, i talenti segnalati dai soci parteciperanno a uno stage per guadagnare un posto in squadra. Un modello di "calcio social" di cui ci sono solo altri due esempi: gli inglesi dell'Ebbsfleet United, 27mila utenti che pagano 35 sterline sul sito MyFootballClub; e i tedeschi del Fortuna Köln, 12mila soci. Brolli ha in mente un triangolare, in Romagna, fra le tre squadre: "Porterebbe in città gente da tutta Europa", commenta. In effetti, SquadraMia è anche turismo: la società propone ai soci pacchetti-vacanza, con ristorante, albergo e biglietto per la partita. "Per l'ultima di campionato avevamo 80 presidenti sugli spalti, alcuni ci seguono ovunque", racconta il presidente.

In panchina siede Giuseppe Angelini, vice di Bisoli a Cesena. "Ascolto i suggerimenti dei soci, ma la formazione la decido io", ammette. Anche sul mercato, ultima parola al ds Melini, "soprattutto ora, in LegaPro. Ma gli stage fanno emergere nomi". E il futuro? "L'agenzia di comunicazione Publicopy di Rimini promuoverà il progetto - dice Brolli -. Curerà marketing, concorsi, sito". "Vogliamo crescere - gli fa eco Melini - perché l'esperienza è stata positiva, inutile negarlo, anche per l'aspetto economico".

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XXXX
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MessaggioInviato: Sab Giu 11, 2011 2:36 pm    Oggetto: Rispondi citando

UN CALCIO DA PLAYSTATION
Nel 1982, dopo la vittoria dell’Italia ai Mondiali di Spagna e la decisione di introdurre il “terzo straniero”, scrissi per il Giorno un articolo in cui dicevo che il calcio andava a morire. Ma, data la sua fortissima struttura pensavo che l’erosione sarebbe avvenuta molto lentamente e non mi sarei mai aspettato che ne avrei visto la fine, o quasi, nell’arco della mia vita.

Non mi riferisco qui agli scandali che hanno recentemente coinvolto società di B e anche di A, che sono solo un epifenomeno, oltretutto abbastanza circoscritto se paragonato a quanto avviene di analogo in altri settori della società (politica, finanza), della ben più profonda corruzione che negli ultimi decenni ha corroso il mondo del calcio e il suo significato più autentico.

Il calcio (come altri sport minori, rugby per esempio, che questo significato hanno conservato) prima di essere spettacolo, prima di essere gioco, prima di essere sport è (o per essere più precisi: era) un rito collettivo. Una liturgia. Era l’ultimo spazio rimasto al sacro in una società che sotto la spinta della razionalizzazione economica si è completamente secolarizzata. Perché è basato su un elemento del tutto gratuito, la passione del tifoso, il quale gioisce come un bambino se la sua squadra vince o si dispera se perde, senza che questo abbia per lui, nell’uno o nell’altro caso, alcun significato economico.

Una liturgia (un mito) è per sua natura tendenzialmente immutabile, come sapevano bene i Greci e anche la Chiesa cattolica prima che, col papato di Wojtyla, perdesse la sua sapienza. Se qualche cambiamento deve essere apportato lo si deve fare con estrema cautela. Son come le fiabe che racconti ai tuoi bambini, i quali vogliono che tu le ripeta ogni volta come gliele hai narrate la prima volta, immutate in ogni particolare. I tifosi sono come quei bambini.

Il business, l’astrazione del denaro, ha svuotato il calcio di tutti i suoi contenuti rituali, mitici, simbolici, magici, irrazionali, identitari. Addio alla Messa domenicale. Oggi, per il business televisivo, le partite sono spalmate su quattro giorni, dal venerdì al lunedì, e se è turno di Coppa dei Campioni (io preferisco chiamarla ancora così, anche se ormai, sempre per esigenze di business, è un’altra cosa) e di Uefa su tutta la settimana. Un’overdose che ammazzerebbe anche un toro. Fine anche del sub-rito del sabato, della schedina giocata al bar con gli amici. I calciatori cambiano squadra ogni anno per essere sostituiti da “novità” ritenute più stuzzicanti o durante lo stesso campionato (con buona pace della regolarità della competizione), non esistono più giocatori-simbolo, campioni che hanno fatto tutta la loro carriera in una sola squadra (Totti è stato, e sarà, l’ultimo, un’eccezione comunque rispetto all’epoca dei Rivera, dei Mazzola, degli Antognoni, dei Riva, dei Bulgarelli), persino le maglie, per interesse degli sponsor, non sono più quelle, ci sono squadre, in Italia e in Europa (che sono il centro del business) che giocano con undici stranieri.

Il processo di identificazione, il riconoscersi in una squadra, nella sua storia, nella sua tradizione, nelle sue maglie, nei suoi colori, nel suo carattere, la cui continuità era assicurata dal passaggio di testimone, di generazione in generazione, fra gli “anziani” e i giovani dei vivai (oggi semidistrutti dalla sentenza Bosman che ha portato nel calcio, cioè anche nella sfera del sacro, le ferree leggi del mercato) è diventato quasi impossibile. Ci vuole un grande sforzo di immaginazione, un voler illudersi a tutti i costi che il calcio, così come lo abbiamo vissuto per un secolo, esista ancora. Non per nulla qualche anno fa gli ultras, i terribili ultras, i demonizzati ultras, in rappresentanza di 78 società di A, di B, di C e delle serie minori, organizzarono a Milano, davanti alla Figc, in una domenica canicolare di giugno, una civilissima e composta manifestazione al grido di “Ridateci il calcio di una volta!”. Ma non furono ascoltati. Non se ne dette quasi notizia, nemmeno sulla Gazzetta dello Sport. Disturbavano il manovratore.

Il calcio da stadio, l’unico, vero, calcio ha perso, dal 1982, anno simbolicamente della svolta, il 40% degli spettatori. E ha perso anche la sua caratteristica di evento nazionalpopolare, di “festa di tutti”, interclassista, con un’importante funzione sociale: sulle gradinate sedevano fianco a fianco, uniti dalla stessa passione, il piccolo e il medio imprenditore e il suo operaio. La politica degli abbonamenti (denaro fresco da incassare a prescindere) e dei prezzi ha distrutto il senso di ritrovarsi insieme in modo comunitario, la suburra va dietro le porte, gli altri, a seconda del proprio status, nelle diverse tribune. Chi può permetterselo guarda la partita su Sky, dove l’implacabile moviola va a cercare i labiali dei giocatori, gli sputi, le sacrosante bestemmie, gli scazzottamenti alle spalle dell’arbitro e insomma una parte importante del calcio (divenuta proibitissima, vietatissima, sanzionatissima) che è una metafora della guerra e come tale viene vissuta dai tifosi. Uno sfogo di aggressività salutare, se circoscritto e incanalato nelle due ore della partita, ad evitare guai peggiori, i “delitti delle villette a schiera” come li chiama Guido Ceronetti.

Questo calcio pulitino, televisivo, asettico è certamente politically correct e, soprattutto economically correct, ma il risultato è che quanto in esso vi è di più concretamente umano, e cioè i valori rituali, mitici, simbolici, sociali di cui parlavo, è stato sacrificato all’astrazione-denaro. Al loro posto resta la vuota forma della partita che domani potrebbe anche diventare, come tutto il resto, virtuale. Una PlayStation. Una perfetta simulazione, senza possibilità di errore, sull’iPad.

Ad ogni buon conto il calcio va a ridursi progressivamente a un qualunque spettacolo televisivo, a una Domenica in, da fruirsi solipsisticamente a casa, fra una telefonata al cellulare e una visitina al frigo. Perdendo tutti i suoi connotati specifici susciterà un interesse sempre più generico, vago, intercambiabile che, come tale, prima o poi svanirà. Così gli apprendisti stregoni, a furia di spremerla, avranno ucciso “la gallina dalle uova d’oro” e il razionalismo nella forma del denaro avrà realizzato, è il caso di dirlo, l’ennesimo autogol.
Massimo Fini
Fonte: www.ilfattoquotidiano.it
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Canessa
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MessaggioInviato: Dom Giu 12, 2011 8:14 pm    Oggetto: Rispondi citando

Sky ipocrita col calcio
Quando la televisione a pagamento era un’americanata a noi ignota oppure un lusso per pochi, andavo ogni domenica allo stadio, in curva a cantare per diecimila lire. Italia metà e fine anni ’90.
Il pranzo domenicale – già, domenica, mica venerdì sera o sabato pomeriggio o lunedì notte come ora – era un rito pagano veloce in famiglia che introduceva la liturgia sacra: caffè al bar, carovana con bandiere e sciarpe, liquore Borghetti e radiolina con o senza cuffie. Partita, fumogeni, striscioni, cori e mazzate – per chi se le dava – estremamente vere. Poi tornavo a casa per 90° minuto e lì, quasi alle venti, per la prima volta guardavo le partite di serie A (la mia squadra giocava in C o in B quando andava bene).
Vi rompo con banali e comuni racconti adolescenziali perché la lettera di Tom Mockridge, amministratore delegato di Sky Italia, al Corriere della Sera – “o il calcio elimina il marcio e le scommesse o noi eliminano il calcio e non vi diamo i soldi dei diritti tv”, una roba del genere per commentare l’inchiesta di Cremona – è di un’ipocrisia enorme, fastidiosa, ridicola. La televisione a pagamento ha rovinato il calcio italiano insieme a tanti personaggi impresentabili come Luciano Moggi o i capitalisti che cercano il giocattolo – un tempo i cronisti sportivi lo chiamavano così – per accreditarsi con i politici.
Sky ha svuotato gli stadi e le società li hanno trascurati: perché farsi male in curva se a casa, anche risparmiando, ascolto Caressa con immagini in alta definizione? Sky ha comprato il calcio italiano, questo calcio italiano che fa tanto schifo al suo dirigente. Con decine di milioni costringe i calciatori a interviste esclusive e pallosissime, comanda in Lega Calcio ordinando i calendari, rinc… con le telecamere negli spogliatoi che rendono uno sport serio, fatto di gentaglia e anche di sacrifici, un reality quotidiano.
Il calcio è diventato feticismo. I giornalisti sportivi conoscono a memoria i tatuaggi di Pato o di Lavezzi e le rispettive forme delle rispettive fidanzatine, ma ignorano l’essenza del pallone che coprì guerre e superò mer… ben peggiori dei bolognesi e di Cremonese-Paganese. Ignorano il tiro di mezza suola e mezza tomaia: Juventus-Porto 2-1, finale di Basilea, Coppa delle coppe ’84, rete di Vignola su lancio di Boniek (Sandro Ciotti). Non è un esercizio di stile, ma uno stile per esercitare la professione, il mestiere o il passatempo di giornalista sportivo.
Su Sky non ho mai sentito una spiegazione tattica o tecnica di una rete, una domanda all’intervistato con un punto interrogativo, una sincera rievocazione storica al netto di ruffianerie all’ospite di turno. Sky sul satellite e anche Mediaset sul digitale prima hanno pagato il calcio e poi l’hanno stuprato. Ma accanirsi sul cadavere – con il vestito elegante e i guanti bianchi – è davvero troppo.


Carlo Tecce
www.ilfattoquotidiano.it
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Zagor
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MessaggioInviato: Mar Giu 14, 2011 8:35 pm    Oggetto: Rispondi citando

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-5affa949-aadf-42cf-8cf9-b28dfc25cfc4.html

Dal minuto 19,45: sembra di rivivere la nostra storia. Storia fiabesca ed un modo di intendere il calcio come piace a noi....il finale è rovinato dalle parole di uno dei personaggi peggiori che rappresentano il calcio in Italia. Macalli crepa maledetto bastardo!
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REDandBLU
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MessaggioInviato: Mar Giu 28, 2011 11:58 am    Oggetto: Rispondi citando

Juan Antonio Felpa, operaio delle Fabbriche Unite, portiere dello Sportivo Atletic Club. E’ lui il primo argentino che mi viene in mente nell’istante in cui si consuma la drammatica retrocessione del River Plate dopo più di un secolo di storia leggendaria.

Felpa, tifoso accanito dei Millionarios, il mitico portiere Amedeo Carrizo come santino di riferimento, è invenzione letteraria di Jorge Valdano, il fuoriclasse filosofo, un tempo stella nel suo paese dei Newell’s Old Boys, Campione del Mondo nell’86 con Maradona, il dirigente illuminato sconfitto in carriera una volta sola, da Mourinho, nelle recenti faide madridiste. Penso a Felpa “il gatto”, il “Carrizo del popolo”, coi pantaloni corti imbottiti e trapuntati nei fianchi, col berretto a quadri simile a quello del grande guardiano del River e sempre senza guanti perché, sosteneva, “mi tolgono sensibilità”. Una passione forte, divorante, non condivisa dal padre agricoltore, don Jesus Eladio, non solo perché con i suoi balzi gli spaventava le lepri ma soprattutto perché convinto che “i portieri fossero mezzi imbecilli”. Eppure capace di rimuovere il pregiudizio e di guardare le partite da dietro la porta, anche se, con le sue urla, “dava più fastidio che incoraggiamento”.

Penso a Felpa, a questo ragazzone di gusti semplici e popolari, con le mani a tenaglia, orgoglio della fabbrica, col padrone sempre pronto a dargli fiducia: “Juan, domenica devi fare bella figura, eh?”. Così rigoroso nelle sue certezze, così fiero nelle sue oneste consapevolezze: “Quelli del paese giocano per la maglia, quelli di fuori giocano per i soldi”. Ecco, penso a lui, a quelli come lui, “a quegli argentini che, avendo poco, non sentono il bisogno di avere di più”, e rifletto sul dolore che in queste ore ha fatto crollare il Monumental. Col River in B, gli ultrà a lordare la sofferenza, il club in odore di bancarotta. Triste, solitario y final. Ma qui c’è un’amarezza ancora più profonda. Succede, quando viene stracciata l’anima di chi vive il calcio come sacramento esistenziale. Come Juan Antonio Felpa, appunto.
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gurgugnao
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MessaggioInviato: Mar Giu 28, 2011 12:22 pm    Oggetto: Rispondi citando

REDandBLU ha scritto:

Juan Antonio Felpa, operaio delle Fabbriche Unite, portiere dello Sportivo Atletic Club. E’ lui il primo argentino che mi viene in mente nell’istante in cui si consuma la drammatica retrocessione del River Plate dopo più di un secolo di storia leggendaria.

Felpa, tifoso accanito dei Millionarios, il mitico portiere Amedeo Carrizo come santino di riferimento, è invenzione letteraria di Jorge Valdano, il fuoriclasse filosofo, un tempo stella nel suo paese dei Newell’s Old Boys, Campione del Mondo nell’86 con Maradona, il dirigente illuminato sconfitto in carriera una volta sola, da Mourinho, nelle recenti faide madridiste. Penso a Felpa “il gatto”, il “Carrizo del popolo”, coi pantaloni corti imbottiti e trapuntati nei fianchi, col berretto a quadri simile a quello del grande guardiano del River e sempre senza guanti perché, sosteneva, “mi tolgono sensibilità”. Una passione forte, divorante, non condivisa dal padre agricoltore, don Jesus Eladio, non solo perché con i suoi balzi gli spaventava le lepri ma soprattutto perché convinto che “i portieri fossero mezzi imbecilli”. Eppure capace di rimuovere il pregiudizio e di guardare le partite da dietro la porta, anche se, con le sue urla, “dava più fastidio che incoraggiamento”.

Penso a Felpa, a questo ragazzone di gusti semplici e popolari, con le mani a tenaglia, orgoglio della fabbrica, col padrone sempre pronto a dargli fiducia: “Juan, domenica devi fare bella figura, eh?”. Così rigoroso nelle sue certezze, così fiero nelle sue oneste consapevolezze: “Quelli del paese giocano per la maglia, quelli di fuori giocano per i soldi”. Ecco, penso a lui, a quelli come lui, “a quegli argentini che, avendo poco, non sentono il bisogno di avere di più”, e rifletto sul dolore che in queste ore ha fatto crollare il Monumental. Col River in B, gli ultrà a lordare la sofferenza, il club in odore di bancarotta. Triste, solitario y final. Ma qui c’è un’amarezza ancora più profonda. Succede, quando viene stracciata l’anima di chi vive il calcio come sacramento esistenziale. Come Juan Antonio Felpa, appunto.


Sbaglio o non è per caso che non citi l'autore... Smile
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MessaggioInviato: Mar Giu 28, 2011 1:03 pm    Oggetto: Rispondi citando

Lo faccio io: Giorgio Porrà sul Fatto quotidiano
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"Questo mi è nuovo, non l'ho mai picchiato prima"
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REDandBLU
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MessaggioInviato: Lun Lug 18, 2011 5:48 pm    Oggetto: Rispondi citando

http://tv.repubblica.it/sport/indossa-la-maglia-sbagliata-rischia-il-linciaggio/72842/71126?ref=HREV-2

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