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 «I miei 91 anni di amore per la Torres»

Rassegna stampa

La torretta che dominava la parte alta di viale Adua, all'altezza della vecchia villetta dell'Acquedotto, non esiste più dai tempi della Guerra e praticamente nessuno a Sassari ne ha più memoria. Guido Garrucciu, classe 1930, attraversa la strada in quel punto esatto, come ha fatto migliaia di volte nel corso della sua vita. Pochi passi, svelti e agili nonostante l'età, ed eccolo davanti all'ingresso del suo "luogo del cuore": lo stadio della Torres.



Il bambino che nella foto in bianco e nero è ritratto arrampicato su quella torretta, con un fratello e le sorelle maggiori ai suoi piedi, ha ricevuto da pochi giorni il riconoscimento a cui teneva di più, persino più del titolo di Commendatore della Repubblica, del quale è stato insignito nel 2010: "zio" Guido, 91 anni compiuti a febbraio, ora è il presidente onorario della sua squadra del cuore. Due leggende. Insieme a lui, il presidente della Torres Salvatore Sechi ha assegnato lo stesso riconoscimento a Gavino Musiu, anche lui classe 1930, a sua volta fedelissimo rossoblù da tutta la vita: ora non è al top della forma, e non ha potuto partecipare alla cerimonia, ma sino a non più di un paio d'anni fa seguiva la squadra anche in trasferta oltre Tirreno. Due personalità completamente differenti, Musiu e Garrucciu, e due modi molto diversi di approcciarsi alla propria passione, ma entrambi incarnano il prototipo del tifoso "totale", eternamente fedele al di là di gioie e delusioni, risultati, categorie e simpatie. Come dire, gli uomini passano, la Torres resta. Primo e unico amore. «Quando mi chiedono da quanto tempo seguo la Torres - ama ripetere Guido Garrucciu -, do sempre la stessa risposta: da sempre. E quella foto di me bambino sulla torretta davanti all'Acquedotto lo dimostra. La Torres per me è stato e sarà sempre semplicemente un amore». Non ha mai contato il numero di partite alle quali ha assistito e non ha mai fatto graduatorie a livello di preferenze. «Ho avuto un debole per Mario Serradimigni - confessa -, soprattutto perché oltre che un grande calciatore era una grande persona. Ma mi piace citare un verso di un autore anonimo, che parla dei "mille atleti che alla Torres si sono formati e che hanno donato alla Torres il meglio di se stessi"». Gioie e dolori. Impossibile anche stilare una graduatoria delle annate più belle e delle formazioni più forti. Impressiona, semmai, la facilità di ripescare dalla memoria i nomi dei protagonisti. «Le squadre della mia gioventù sono quelle alle quali sono più legato - dice -. Penso a quella del 1947-48, che affrontò la Juventus in amichevole: ricordo i nomi dell'arbitro, il geometra Maninchedda, e i segnalinee, Carboni di Sassari e Bini della Maddalena». «Ho amato la squadra del '50-'51», aggiunge, e si mette a recitare: Campus, Gnocchi, Maggi, Arca... «E quella del '58-'59: Mistroni, Bisiacchi, Colusso... Una squadra fortissima, dominammo il campionato perdendo due sole partite, a Civitavecchia e a Nuoro. Io c'ero, ovviamente». C'era anche a Calangianus, una domenica in cui arrivò un'inattesa scoppola («Ma Umberto Serradimigni era infortunato ed era vicino a me che piangeva perché non poteva giocare»), e a Tempio, nel '50, una trasferta epica affrontata in sei a bordo di una 500 agnello nel cofano da arrostire, serata trascorsa a un veglione e partita in un " Demuro" strapieno. «Vincemmo 3-2, ho ancora negli occhi i gol di Isoni e Vanni Sanna. Delusioni? Tante, ovviamente, l'ultima davvero cocente è stata quella del 2006 con la squadra di Cuccureddu che sfiorò la serie B». La cionfra. Battute fulminanti, un'allegria diffusa nel seguire la squadra, a prescindere dai risultati: questo era il mondo torresino di una volta. «Al botteghino c'era il custode, ziu Pala, e dentro il botteghino praticamente c'era casa sua. Qualcuno si divertiva a prendere di mira i suoi canarini col tiralastico. La cosa che mi manca di più - dice Garrucciu - non sono le categorie importanti, che pure la Torres merita e spero possa presto raggiungere. Mi manca la spensieratezza con la quale si viveva il tifo. Penso a quel tifoso che durante un partita nata male gridò "lu campu fèddiru a trigu", o a Mario Serradimigni già ex giocatore, seduto in tribuna durante una gara noiosissima, che si alzò in piedi e fece per andarsene: "No ti trattèni?", gli chiese Gigetto Marongiu, un altro grande ex. "Fàzini l'àschamu". E tutto intorno risate a crepapelle».

Andrea Sini - La Nuova Sardegna



 
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