«Lo stadio cade a pezzi ecco come può rinascere»
Data: Sabato, 23 maggio @ 09:56:21 CEST
Argomento: Rassegna stampa


«Ridiamo capienza al Vanni Sanna. Per farlo diventare uno stadio sicuro, che rispetti le nuove norme sanitarie anti-Covid, e renda possibile l'unica cosa a cui i dirigenti delle società sportive, e chi ci governa, dovrebbero pensare quando si parla di sport e di calcio: il pubblico».



Alza il tiro il presidente della Torres Salvatore Sechi. Pronto a presentare alla Federazione un progetto per ridare nuova vita al malandato Acquedotto. Che prevede la riapertura delle gradinate (chiuse per ridurre capienza e di conseguenza prescrizioni da rispettare) e l'installazione di seimila seggiole da mettere a "distanza Covid". «È un modo di fare capire che noi potremmo essere pronti in un'ipotetica revisione della terza serie - spiega il presidente - di essere provocatori all'interno della Federazione, che sembra non tenere nella dovuta considerazione la riapertura degli stadi come condizione indispensabile della ripresa dell'attività. E anche di dare l'ennesimo segnale al Comune. Che spero non rimanga, come in questi ultimi anni, inascoltato». La situazione dello stadio cittadino è ben lontana infatti da qualsiasi ipotesi di allargamento. Anzi. Il manto erboso di fatto morto, e il "verde" apparso in queste settimane di inattività forzata non deve ingannare, si tratta infatti di infestanti, pronti a seccare al cambio di stagione e diventare fanghiglia alla prima pioggia. L'unico modo per recuperarlo sarebbe "abbatterlo" e ripiantarlo ex novo. E l'impianto che gli sta intorno non è certo in condizioni migliori. La gradinata centrale che Sechi vorrebbe riaprire, è chiusa da tempo immemorabile ed è ormai diventata una discarica a cielo aperto. La copertura della tribuna non riceve manutenzioni da 15 anni, ed è fatiscente, oltre che pericolosa. I servizi igienici sono decadenti e in gran parte fuori uso, tanto che per aprire la curve la Torres affitta ogni partita dei bagni chimici. E dai tetti degli spogliatoi scende l'acqua. E ancora: alla struttura manca il certificato prevenzione incendi, e la centrale termica non è adeguata né a norma. Spesso manca l'acqua, o il riscaldamento. Le docce, quando funzionano, sono fredde. «La situazione è drammatica quanto nota - attacca Sechi -. Anche se per risolverla servirebbe molto meno di quanto si pensi. Sicuramente molto meno dei sei milioni che la Regione ha messo per il PalaSerradimigni. Scelta che non può che farci piacere, ma che dimostra che i soldi ci sarebbero. E non si capisce perché debbano essere divisi con questo incredibile squilibrio. Anche perché il Vanni Sanna potrebbe smettere di essere un buco nero per i conti dell'amministrazione e diventare una importante risorsa per tutto il territorio». Gli stadi "olimpici" come il vecchio Acquedotto infatti, con lo spazio per la pista di atletica, stanno tornando prepotentemente di moda in tempi di distanziamento sociale. «E ridare capienza, prevedendo accessi diversi, steward e altoparlanti - spiega Sechi - consentirebbe di usare l'impianto per eventi, non solo sportivi. Le gradinate sono chiuse per non dovere rispettare gli adempimenti di un impianto più "grosso", ma tutto si può risolvere abbastanza facilmente. Certo, c'è il problema dei fondi, che comunque si possono trovare, ma soprattutto c'è il problema della gestione. Come Torres l'abbiamo chiesta più volte, non la volete dare a noi? Bene. Ma è assurdo che il Vanni Sanna sia l'unico impianto cittadino, palestre comprese, senza un gestore che lo faccia funzionare. La scelta è per certi versi semplice. Il ciclone Coronavirus infatti ha messo le società sportive di fronte a un bivio. Non si può più vivacchiare. O si vive o si muore. E noi con l'attuale Vanni Sanna non possiamo andare molto lontano».

Giovanni Bua - La Nuova Sardegna





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